NON POSSIAMO NON DIRCI AQUILANI

Sono passati quasi cinque giorni dalla notte del terremoto e sono stati cinque giorni di dolore e devastazione.

Ho vissuto a L’Aquila tempo fa, a cavallo tra gli anni 70 e 80, e, nonostante siano ormai passati 25 anni, non ho mai smesso di amare la citta’ testimone del periodo piu’ dolce e spensierato della mia vita.
L’infanzia, l’eta’ dove tutto e’ gioco e poesia, quando non si ha ancora l’ansia di crescere e “i grandi” sono un mondo a parte fatto di genitori, di maestre, di amici di famiglia e vicini di casa. E ci sono le amichette, quelle del cuore, protagoniste di diari, di pomeriggi trascorsi a correre, a parlare e a sognare.

A L’Aquila sono legati una serie di ricordi lontanissimi nel tempo, ma troppo dolorosamente vicini: la mia casa di via D’Annunzio, bella, grande, un ultimo piano. Dal balcone la collina di Roio riempiva lo sguardo. Con la memoria ripercorro il corridoio, la camera di mio fratello rigorosamente off-limits per noi sorelle scassa-maroni, il doppio salone, la cucina e il tavolo dei nostri pranzi di tutti i giorni. La cameretta condivisa con Paola, regno dei giochi. Il nostro vicino e amico ingegnere  ci ha sempre rassicurato: “questa casa e’ sicura. Potete stare tranquilli” diceva mentre ci indicava i muri portanti. Ma quando le scosse arrivavano anche allora, si andava in macchina verso lo spiazzo di Collemaggio.

Immagini e sensazioni si affollano, spingono per essere riportati alla luce, gridano attenzione.

I pomeriggi di gioco alla villa, gli scoiattoli, il chiosco dei gelati e il tabellone ElDorado con il deck (che lasciava la lingua viola), il piedone e il fiordifragola.

Il parco di Collemaggio, il matto  che diceva sempre “oh yes che mondo” e il timore suscitato dalla salma di Celestino V.

La strada per arrivare alla scuola elementare in Via dei Giardini, mano a mano con la mia sorellina, incredibilmente sole e ancora piu’ incredibilmente sicure. La focaccia di Sabatino, 200lire e ti portavi a scuola una trapunta di pizza.

Piazza Duomo: la banca di papa’ (era bello quando andavamo a fargli una sorpresa in ufficio), il mercato dove il contadino ti lanciava il sacchetto di carta e lo riempivi tu con la merce che sceglievi, le mozzarelle, i burattini che non mi piacevano, la scuola media li’ dietro, la pasticceria Tironi. Papa’ comprava sempre il vassoio di paste da mettere in tavola la domenica a pranzo. Gli spumini con la panna erano i pezzi piu’ ambiti: si leccava via tutta la panna freschissima e le due ali di spuma restavano in frigo ad ammolarsi.

E ancora un fiume di memorie…il corso, i negozi di giocattoli, San Bernardino, le scuole chiuse per neve, il castello e il mammuth Pippo, le gite domenicali al Gran Sasso, la sagra della lenticchia di Santo Stefano di Sessanio, la festa dei narcisi…

E’ stato bello aver vissuto L’Aquila e l’Abruzzo.
Abbiamo girato tanto prima e dopo: Puglia, Padova, Milano… ma oggi piu’ che mai mi sento abruzzese. A chi mi chiede “ma tu di dove sei?”, non ho mai saputo dare una risposta precisa. Oggi so che gran parte del mio apparato radicale e’ li’. E’ a L’Aquila, sotto le macerie di case storiche e no. Sotto la volta crollata di Santa Maria di Collemaggio, di fianco alla disperazione di chi ha perso tutto, ma non la dignita’. Negli occhi smarriti delle persone piu’ anziane. Tra gli studenti venuti a cercare la speranza di un futuro decoroso. La mia anima e’ li’ con tutte le persone colpite dall’evento imprevedibile e distruttivo, colpite, ma non abbattute, pronte a rialzare la testa anche dopo un dolore che sembra insuperabile.
L’Aquila ha bisogno dei suoi aquilani. Loro non l’hanno mai abbandonata e non lo faranno neanche oggi. L’Aquila tornera’ a splendere e quel giorno io saro’ aquilana in mezzo agli aquilani.

Ringrazio per la foto: The Wolf Album

Ringrazio per la foto: Motene
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