VISTO AL CINEMA…

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FLAGS OF OUR FATHERS di Clint Eastwood (2006)

Dopo la storia strappalacrime dell’aspirante pugile Maggie, Clint Eastwood si cimenta in un genere che si potrebbe pensare a lui piu’ congeniale: il film di guerra. Mai supposizione fu piu’ lontana dalla realta’, visto che Flags of our fathers non presenta neanche lontanamente la stessa intensita’ drammatica e la capacita’ di coinvolgimento dell’opera precedente.

Il film e’ la storia della battaglia di Iwo Jima, un’isoletta poco piu’ che uno scoglio nel bel mezzo del pacifico. Su quest’isola si consumo’ (nel vero senso della parola) una cruentissima battaglia durante la seconda guerra mondiale. Migliaia furono le perdite da parte dei marines e, soprattutto, dei giapponesi.

Ma il film narra anche la vera storia di una foto storica che ritrae sei marines nell’atto di innalzare la bandiera a stelle e strisce proprio sull’isola di Iwo Jima. L’immagine con i suoi protagonisti fu utilizzata da governo e media per promuovere la vendita dei bond di guerra e incentivare il popolo americano a finanziare la guerra in un momento in cui gli americani non se la passavano proprio benissimo laggiu’ nel pacifico.

Questa doppia narrazione e’ la chiave di tutto il film e, se vogliamo, ne rappresenta anche il suo fallimento. Il tour promozionale dei tre marines sopravvissuti presenti nella foto e’ interrotto da flashbacks con crude scene che raccontano la battaglia. Immagini di festa e celebrazione si alternano alla paura, al dolore e alla morte della guerra. Purtroppo alla fine lo spettatore si trova a dover ricomporre il puzzle temporale degli avvenimenti senza peraltro venire a capo di alcuni misteri (il doc viene rispedito in patria ferito ad una gamba, ma non lo si vede mai infortunato o con le stampelle durante il tour – il soldato Iggy…che fine ha fatto? – il pellerossa Ira non voleva lasciare l’isola, poi non ci vuole tornare, ma ce lo rispediscono, poi torna, ma fa la fame… – il figlio del doc gira, intervista i reduci, scrive, fa cose e vede gente).

Un film che vuole denunciare troppe cose (l’orrore della guerra, il cinismo dei media, l’utilizzo strumentale degli eroi, la condizione delle minoranze), ma finisce con lo sprofondare nella retorica piu’ becera che emerge fin dal sottotitolo scelto per l’Italia (ogni eroe ha un soldato al suo fianco). Alla fine lo spettatore resta un po’ indifferente a tutte queste tematiche e viene poco coinvolto emotivamente dalla storia e dai protagonisti.

Curiosita’: ci sono alcuni attori che ormai si sono specializzati nel ruolo di militare; qui ne abbiamo due: Barry Pepper (quello che ha il ciglio un po’ spiritato del Christofer Walken da giovane) che aveva gia’ fatto Salvate il soldato Ryan, e Neal McDonough il biondissimo protagonista di uno degli episodi piu’ belli di Band of Brothers.

Consigliato solo agli amanti del genere WWII e alle relative, pazientissime, fidanzate.

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